Capanni a pagamento? Si o no?

Nell’ultima proiezione fotografica organizzata nella sede di Pixel di Natura, il fotografo ha spiegato che tutte le foto scelte per la serata erano state scattate dai capanni a pagamento.
Tecnicamente parlando gli scatti erano ineccepibili, eccellente la composizione e perfetta l’esposizione, ma ho un dubbio: è vera caccia fotografica?

I capanni a pagamento sono stati creati per consentire ai fotografi di realizzare immagini agli animali da distanza ravvicinata.
In genere, il gestore del capanno costruisce un vero e proprio set fotografico, con posatoi, vasche per l’abbeverata e carnai.
Inoltre, rifornisce le mangiatoie di cibo con regolarità in modo che gli uccelli continuino a tornare sul posto.
Ci sono addirittura capanni specializzati in una singola specie: il Martin pescatore, la Poiana, l’Astore, ecc.
Un po’ come andare a pescare nel laghetto sportivo di pesca alla trota.
Anche in questo caso: è vera pesca sportiva?

Ovviamente la filosofia che sta dietro i capanni a pagamento è completamente differente da quella che ha spinto le associazioni naturalistiche o le amministrazioni comunali a realizzare i capanni nelle oasi o nei parchi pubblici.
Da una parte si vuole soddisfare l’ego del fotografo, dall’altra si vuole avvicinare le persone alla natura.
La caccia fotografica non è una pratica per chi ama le foto facili.
La natura è complessa, difficile e non facile da prevedere.
Per me fotografare una specie in natura, dopo un lungo inseguimento, cercando di vincere la sua diffidenza, mettendo in pratica tutte le tecniche di avvicinamento, ha tutto un altro sapore.
L’immagine perfetta è spesso il risultato di moltissimi tentativi, di decine e decine di foto scartate, di studio e costanza.
Quando giro in un bosco o in auto ai bordi di una risaia, gli animali possono apparire dopo pochi minuti e dopo molte ore.
A volte non si vedono nemmeno.
La fotografia naturalistica è un processo di apprendimento lungo e continuo.
Se invece di studiare le tante opportunità che la natura ti offre, vuoi bruciare le tappe non ti rimane altro che pagare un capanno.
Avrai la possibilità di fotografare a pochissimi metri da te anche specie molto difficili da avvicinare.
Attenzione, non voglio dire che le uniche foto valide siano quelle realizzate immersi in una palude infestata da zanzare, sotto il sole di Agosto.
Non ho nulla nemmeno contro chi affitta un capanno e se è felice di pagare per sedersi e scattare delle foto come se fosse a teatro, è libero di farlo.
Io stesso frequento oasi (Lipu, WWF, ecc.) e parchi in cui ci sono capanni a disposizione dei fotografi.
Ma nel mio caso però gli animali sono liberi di andare e venire e se vogliono mangiare, devono procurarsi i cibo da soli, cacciando.
Sinceramente a me piace il tradizionale sistema di caccia fotografica fatto di sfide continue con l’animale selvatico.
Metà del mio divertimento deriva dal progettare l’escursione, reperire informazioni sulla località, approfondire l’habitat e studiare il comportamento degli uccelli presenti.
Dal mio punto di vista, tutto questo rende le immagini più piacevoli ed il processo più appagante.
Ho notato una cosa curiosa: chi utilizza regolarmente le strutture private, finisce col patire una forma di dipendenza.
In pratica non riesce più a fotografare in natura perché gli animali sono sempre troppo lontani e difficili da avvicinare.
Parlo per esperienza personale perché conosco amici che frequentano con costanza solo queste organizzazioni e non riescono più ad adattarsi alla tradizionale caccia fotografica.
Credo che il motivo stia nel fatto che fare una foto da un capanno, semplifica di molto il lavoro.
Ovviamente i capanni a pagamento permettono di ottenere fin da subito risultati sorprendenti, ma se vuoi progredire e migliorare le tue foto lo puoi fare solo sul campo, cercando soggetti liberi e luoghi poco battuti.
È così che diventi un vero fotografo naturalista e non un collezionista di foto di animali selvatici.
Nei capanni a pagamento è difficile riuscire a ottenere uno scatto “solo tuo”, spesso i fotografi scattano fianco a fianco.
La location, i posatoi, lo sfondo e gli animali sono sempre gli stessi.
In alcuni casi è addirittura facile ed immediato riconoscere la località dove è stato allestito il set.
Vale la pena pagare fior di soldi, per scattare delle foto uguali a centinaia di tante altre?
In ogni caso, io credo che non si possa criticare a priori chi scatta da un capanno a pagamento, così come non si può sempre vantare le foto di chi fotografa in natura.
Il compito di un bravo fotografo è quello di proporre il soggetto in situazioni diverse, interessanti e meno statiche possibile.
Tocca all’osservatore valorizzare l’immagine, pesando nel modo dovuto, il soggetto fotografato, la posa e le condizioni di scatto.

Tu cosa ne pensi?

Conclusioni:
Ognuno è libero di scattare dove gli pare!
Fotografare da capanni a pagamento o fare caccia fotografica vagante in natura sono due metodi diversi, ma entrambi legittimi.
Nella fotografia naturalistica, così come in molte altre situazione della vita, la soddisfazione personale spesso è direttamente proporzionale alle difficoltà incontrate e superate per raggiungere l’obiettivo.
Partendo da questo punto di vista, dovrebbe avere più valore una foto non bella ma “naturale”, piuttosto che un’immagine perfetta, ma realizzata in un ambiente controllato.
In ogni caso, l’importante è divertirsi!

Testo e foto di Alvaro Foglieni

2 commenti

  1. Ciao Buongiorno Alvaro.L’articolo e’ interessante ed vero che la vera fotografia naturalistica consiste ne studiare e osservare gli animali nel loro ambiente.Io personalmente e da 4 anni che tento di fare il bramito del Cervo e non ci sono mai riuscito ma spero che un giorno l’universo mi ricompensi nel realizzare qualche unico e interessante.

    1. Author

      Grazie Carmelo per i tuoi complimenti. E si, la fotografia naturalistica è fatta di attese e pazienza. A volte c vuole anche un po’ di fortuna. Ti auguro di fare centro nella tua prossima uscita al bramito del Cervo. Io da anni cerco di fare uno scatto decente all’Averla maggiore, ma ….la “bestiaccia” mi sfugge sempre.

      Ciao e alla prossima!
      Alvaro

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